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la Cina è sotto i riflettori dei “media” in quanto crescente potenza mondiale. È in questo contesto che stanno maturando taluni bradisismi capaci di sovvertire gli equilibri precedentemente raggiunti in campo geopolitico, economico e finanziario. E in tutti e tre i campi qualcosa sta avvenendo, che spesso non piace ai commentatori occidentali ma che ha invece molto senso dal punto di vista strategico: in tutto il continente il potere politico sta riprendendo il sopravvento, in nome della stabilità.

XI JINPING AL COMANDO

Parliamo innanzitutto dei bradisismi che riguardano la politica, dei quali il più evidente di tutti appare senza dubbio l’abolizione del limite di due mandati presidenziali per l’attuale leader del partito popolare cinese, praticamente l’unico partito ammesso.

In una recente seduta del Parlamento egli ha ottenuto una vera e propria ovazione e (quasi) l’unanimitá nel richiedere che venisse rimosso il limite dei due mandati quinquennali per la stessa persona quale Presidente.

Un risultato importante, che mette il Paese al riparo dai giochi di potere che avrebbero potuto svilupparsi qualora la corsa per successione all’attuale leader fosse partita.

La stampa internazionale ha giudicato in modo molto diffuso questa notizia negativamente (magari strumentalmente all’affermazione della mancanza di democrazia in Cina) ma io vorrei avanzare in proposito qualche perplessità: rimuovere il limite dei due mandati al Presidente della Repubblica in un continente come quello asiatico non significa abdicare alla democrazia (che non c’è comunque, ma se fino ad oggi tutti hanno fatto affari con la Cina e nessuno se n’è scandalizzato un motivo ci sarà), perché esiste sempre la teorica possibilità che egli non venga rieletto.

Ma se questo Presidente ha tenuto a bada le lobby di influenza occidentale o ha fatto troppo ricco il Paese allora si che non è meglio che resti. Esattamente come sta avvenendo in Russia con Putin, che resta ben oltre i due mandati e non ci va esattamente con mano leggera, ma piace al suo popolo.

LA GUERRA COMMERCIALE CON GLI AMERICANI

Ma siamo sicuri che sia mai esistita? Una contrapposizione forte alla crescita economica cinese, giudicata allora pericolosa per la sicurezza nazionale, c’era ai tempi di Obama (e della Clinton segretario di Stato), ma adesso -se guardiamo ai fatti- è quasi il contrario. Non è passato molto tempo da quando Donald Trump ha invitato nella sua villa sul mare il Presidentissimo, e da quando di conseguenza si sono sviluppati numerosi accordi di collaborazione. È vero che Trump punta a difendere l’industria nazionale dal dumping delle fabbriche di stato e dalle politiche di cambio aggressive dei cinesi, ma questo deve ancora iniziare a costituire un vero problema nelle relazioni tra i due Paesi.

Qualcuno ha fatto notare che le importazioni a basso prezzo dalla Cina creano benessere per gli Americani, ma la verità è che il liberismo a senso unico (la Cina non lascia libera circolazione delle merci americane sul suo territorio) e soprattutto l’assenza di liberismo finanziario male si conciliano con quello mercantile. Persino l’Unione Europea qualche balzello alle importazioni americane lo ha sempre messo.

Notiamo inoltre che da qualche anno tutti i Paesi che avevano puntato sulla,delocalizzazione industriale, sulla finanza e sul commercio, stanno tornando a ripristinare l’apparato produttivo interno prima che sia troppo tardi.

In questa prospettiva l’accusa di protezionismo a Trump appare come l’ennesima occasione dei “media” occidentali per gettargli addosso del fango.

IL FONDO MONETARIO INTERNAZIONALE FA PRESSIONI

Nemmeno sul versante finanziario l’Occidente ha dormito nel cercare di contrastare l’avanzata cinese quale prima potenza globale. Dal punto di vista economico lo sarebbe stata già dal 2012 se non fosse stato svalutato il Renminbi e, poiché la ricchezza delle nazioni si misura ancora in Dollari -per ora- essa resta al secondo posto.

Sono anni però che gli organismi sovranazionali premono perché l’erogazione del credito in Cina si riduca, adducendo problemi di stabilità del sistema finanziario che, se crollasse, creerebbe numerosi problemi anche al resto del mondo.

Ma sappiamo che il grosso dei prestiti ai privati in Cina avviene attraverso il sistema bancario-ombra, vale a dire attraverso il locale mercato dei capitali interno. Pericoloso anch’esso, certamente (a causa della scarsa capitalizzazione delle finanziarie private), ma sicuramente non finanziato con denaro di Stato se non in via molto indiretta. Dunque il fantomatico problema del sistema finanziario cinese si sposta sul denaro pubblico, quello che lo Stato potrebbe stampare in eccesso, avviando una pericolosa inflazione.

Ma la Cina batte propria moneta e dunque il disavanzo di Stato non può che scaricarsi sulla debolezza della moneta, contrastata dai controlli sui flussi di esportazione dei capitali ma che tutto sommato non dispiace a nessuno, dal momento che lascia molta competitività alle esportazioni cinesi.

Ecco perché a Trump non resta che alzare il prezzo delle merci che arrivano in America: perché ogni altra iniziativa sarebbe molto più ostile.

Stefano Di Tommaso
Economista - Analista Finanziario

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